#terreinmoto Marche
Terre in Moto è una rete di realtà sociali,
associazioni e semplici cittadini
che ha intrapreso un percorso collettivo...
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Due. Non arrendersi agli anni e ai governi che passano. 26/30 ottobre 2018



Le due giornate del 26 e del 30 ottobre del 2016 colpirono un territorio già gravemente ferito dalle scosse di due mesi prima arrivando ad interessare un’area imponente in quattro regioni diverse, l’intero Appennino centrale si era letteralmente spaccato in due.

Dalla parte dell'Italia fragile. Narrazione e restanza nelle terre dopo il sisma.



A partire dall’esperienza dell’osservatorio permanente di fotografia sociale e documentaria “Lo stato delle cose. Geografie e storie del dopo sisma”, un momento di confronto su alcune fra le più interessanti narrazioni individuali e collettive e sulle forme di resilienza e restanza nelle Italie ferite dal terremoto. 

La carovana NO TAP / NO SNAM nelle Marche


Le aree colpite dal terremoto e maltrattate dalla "strategia dell’abbandono" che abbiamo provato a contrastare in questi mesi si apprestano a subire un altro attacco.

L’oramai famigerato gasdotto tap/snam dovrebbe attraversare anche le aree terremotate del centro italia, comprese quelle dei Sibillini.

Tecnici ed attivisti no tap provenienti dal salento ci aiuteranno a capire quali sono le conseguenze socio-ambientali delle scelte energetiche nel nostro paese.

La carovana no tap / no snam
"Una carovana contro il gasdotto partirà dal Salento e attraverserà tutte le aree italiane coinvolte dallo scellerato progetto Tap/Snam.

Un tour che nasce dall’idea comune e dalla collaborazione di decine di associazioni italiane che denunciano da anni la pericolosità economica e ambientale del progetto.

A seguito della tre giorni tenutasi a Melendugno nel mese di Settembre,tutte queste realtà hanno stilato un documento condiviso contro la grande opera e discusso le alternative alla politica energetica messa in campo dai governi negli ultimi anni.

Un modo per portare il caso Tap/Snam all’attenzione 
dell’opinione pubblica nazionale".

info: 

Il buco nelle comunità delle SAE



Il secondo inverno è piombato sulle macerie con tutta la sua prevedibile crudeltà, ma le stagioni si sa fanno il loro lavoro, non possiamo prendercela con loro. Quello che invece continua a latitare è l’apparato istituzionale (ma non solo) che dovrebbe adoperarsi per rendere la vita nei luoghi terremotati quantomeno accettabile. Così, mentre il presidente Ceriscioli si lamenta perché qui ogni volta che si rompe un tubo sembra si sia rotta una centrale nucleare“ e la CGIL segnala il rischio caporalato nei cantieri delle SAE del Consorzio Arcale, continua l’inferno di chi da 16 mesi oramai vive fuori casa.

Ma cosa succede nei, pochi, villaggi delle SAE consegnati? Le comunità si stanno veramente ricostruendo come annunciato tronfiamente dal Commissario De Micheli alla Leopolda qualche settimana fa? O oltre alle rotture delle tubature, ai boiler che saltano e alle infiltrazioni c’è anche qualcosa di più strutturale?
Con questa nota vogliamo sottolineare un aspetto di cui poco si è parlato in questi mesi, stiamo parlando della mancanza degli spazi aggregativi. Chiunque abbia provato ad organizzare un incontro o un qualsiasi evento in uno dei borghi colpiti dal terremoto sa benissimo che è quasi impossibile trovare degli “spazi comuni” a disposizione della cittadinanza. Con la bella stagione queste attività si sono svolte per lo più all’aperto, cosa impossibile con le attuali temperature vicine allo zero. Gli unici spazi a disposizione sono stati i pochi ristoranti e le poche strutture ricettive che non hanno subito danni e che hanno dato la possibilità a sindaci, comitati, associazioni e semplici cittadini di riunirsi nei loro spazi. Ora che lentamente si stanno consegnando le SAE le comunità avranno degli spazi comuni in cui riunirsi, organizzare un compleanno per i bambini o la festa di Capodanno? La famosa “ricostruzione delle comunità” è stata presa in considerazione? La risposta è no, purtroppo. Infatti nei villaggi delle cosiddette casette gli spazi aggregativi sono “un buco”, e non solo in senso metaforico. E’ stata prevista solamente un’area vuota, ma larghissima parte delle opere di urbanizzazione, di acquisto e installazione della struttura sono state lasciate in capo ai comuni. Sono le Amministrazioni Comunali, che già hanno il loro bel da fare per garantire la “straordinaria ordinarietà”, che devono trovare i fondi per garantire questo servizio. Ancora una volta quindi la vita dei borghi dipende dalle donazioni dei privati, dalla scaltrezza o “dagli agganci” del singolo amministratore che si ritrova a dover cercare sponsorizzazioni per riempire questo “buco” lasciato dallo stato. In questo contesto si creano situazioni di serie A e serie B, con condizioni limite particolarmente difficili come quella di Ussita, comune commissariato che risente ancor più degli altri della mancanza di queste dinamiche di “crowdfunding comunale”.

Riteniamo che questa situazione sia gravissima e che, sia a livello materiale che simbolico, costituisca un limite enorme alla ricomposizione dei legami sociali e alla creazione di una parvenza di normalità nelle comunità. Crediamo che questa mancanza debba essere sanata perché servizi di questa importanza non possono essere frutto del caso o di forme di liberalità privata ottocentesche ma diritti garantiti a tutti.

Terre in Moto Marche

SORRIDETE, GLI SPARI SOPRA SONO PER NOI - Leonardo Animali per hopassatolafrontiera


Tribù: [tri-bù] s.f. inv. 1 ETNOL Forma di società primitiva costituita da un raggruppamento di famiglie, etnicamente, linguisticamente e culturalmente omogeneo, con ordinamenti propri, gerarchicamente organizzato sotto la guida di un capo. (dal Dizionario della Lingua Italiana Hoepli Ed.)

Prima e dopo il terremoto: il castello di sabbia della Strategia per le aree interne - Simone Vecchioni per Lo stato delle cose


Le Aree Interne rappresentano una parte ampia del Paese – circa tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione – assai diversificata al proprio interno, distante da grandi centri di agglomerazione e di servizio e con traiettorie di sviluppo instabili ma tuttavia dotata di risorse che mancano alle aree centrali, con problemi demografici ma anche fortemente policentrica e con forte potenziale di attrazione. (Agenzia per la Coesione Territoriale del Governo Italiano)

Da chi e da cosa dobbiamo “Salvare l’Appennino”




Da qualche tempo la nostra terra è oggetto di una particolare attenzione. La perdita di popolazione, la crisi occupazionale e la contrazione dei servizi pubblici hanno acquisito rilevanza in seguito al sisma, divenendo triste occasione di speculazioni politiche ed economiche della peggior specie. Al Salvini di turno si sono infatti aggiunti noti imprenditori locali animati, per lo meno sulla carta, da una volontà quasi caritatevole, indirizzata a salvare l’Appennino dal declino demografico e socio-economico. 

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