33 mesi, 0 ricostruzione, 2 appuntamenti


Dopo 33 mesi più spiccioli, nonostante ritardi, sae ammuffite, cas che non arrivano, delocalizzazioni che non partono, apparati legislativi contraddittori, tre governi, selfie, candidati che fanno campagna elettorale a pane e ciauscolo per poi scomparire, il nevone del gennaio 2017, le speculazioni, la ricostruzione che non parte, gli appalti non chiari, il “non vi lasceremo soli”, ebbene, nonostante tutto questo (e molto altro) la popolazione dell’Appennino è ancora viva e resistente. Non perché è costituita da eroi e neanche perché, come spesso in maniera un po’ semplicistica si dice, “siamo abituati a fare da soli”, ma semplicemente perché sono - siamo - stati presi in giro per troppo tempo e abbiamo capito che ad un certo punto la parola “Basta” non deve essere una supplica ma un urlo di protesta.

Carta dell’Appennino


Fabriano - 30 marzo 2019
Assemblea verso una Carta dell’Appennino


Con l’obiettivo di condividere e fissare gli elementi che hanno animato il primo incontro aperto sulla Carta dell’Appennino proponiamo una sintesi di restituzione dei lavori. D’ora in avanti la Carta sarà in cammino lungo tutta “la schiena d’Italia”, pronta ad accogliere contributi, modifiche ed integrazioni suggerite da tutte le terre che saranno attraversate. La Carta sarà dunque un mezzo e non un fine, uno strumento che stimoli l’interesse attorno ad un Appennino “altro” che possiamo e dobbiamo immaginare assieme.




Premessa

La Carta dell’Appennino è un percorso che parte a Fabriano, il 30 marzo 2019, nel corso del Festival Terre Alt(r)e e che raccoglie necessità condivise nel tempo da varie realtà e territori.

La Carta fin dal principio non vuole avere carattere vertenziale nei confronti di istituzioni varie. Non si tratta e non si tratterà di una proposta di legge o di richieste da far accogliere dal Governo di turno. La Carta non cerca legittimazione dall’alto, ma nasce come processo costituente che vuole affermare principi e diritti a tutela dell’Appennino basandosi sulle relazioni tra chi vive i luoghi, chi li attraversa e chi se ne prende cura. A partire dai principi che nella Carta trovano e troveranno spazio si potranno poi sviluppare singole vertenze che da essa prenderanno linfa e spunti.

La Carta nasce dalla consapevolezza che senza una progettualità “altra”, che sappia tenere conto delle peculiarità del territorio nel suo complesso, verrà imposta e perpetuata una visione di sfruttamento del territorio che tenderà a gestire l’Appennino come spazio da mettere a valore in termini meramente economici e speculativi, piuttosto che luogo da valorizzare secondo logiche di sostenibilità ambientale e sociale di lungo periodo.

La Carta dell’Appennino è in primo luogo un ponte tra contesti interessati da problematiche simili, in cui la marginalità geografica, l’erosione dei servizi, le scelte politiche, gli andamenti economici, la mancanza di ricambio generazionale e l’emigrazione della popolazione attiva – specie nelle sue componenti più giovani – hanno contribuito a tratteggiare un quadro di declino e di subalternità alla città che si è consolidato negli ultimi anni. Questi contesti, indicati da Rodríguez-Pose quali “luoghi che non contano”, sono presenti nell’intero arco appenninico e innervano la realtà delle aree interne del nostro Paese.

La Carta dell’Appennino vuole quindi essere un’occasione di confronto e uno strumento per affermare la necessità di un cambio di paradigma rispetto ai problemi, alle criticità e al futuro di questi luoghi sia rispetto allo specifico caso delle aree interessate dalla situazione post-sisma, sia in merito ad un orizzonte più allargato, rivolto ad altre terre che condividono simili processi ed esperienze.

La Carta dell’Appennino è un momento di incontro tra persone e idee, ma anche un momento di scontro tra visioni del mondo divergenti. Da una parte, ovviamente, quelle dominanti, affini alle logiche predatorie e inique del capitalismo contemporaneo, delle quali sono sempre più evidenti i meccanismi, gli attori, i progetti e le politiche che interessano i territori dell’Appennino. Dall’altra, quelle meno mainstream, ma non per questo subalterne, delle quali ci sentiamo portatori e portatrici, convinti e convinte come siamo che ogni sguardo al futuro di questi luoghi passi attraverso la necessaria garanzia del presente e il più complessivo ripensamento dello sviluppo in chiave realmente sostenibile ed equa.


I punti della Carta

Oltre il valore economico
La Carta dell’Appennino afferma che il territorio delle terre alte, e più in generale delle aree interne, non può essere concepito come ambiente dedito alla produzione di profitto a breve termine. Le sue peculiarità multiformi lo rendono uno spazio materiale e immateriale da preservare oltre gli aspetti economici. In quanto bene comune, la sua conoscenza e la sua tutela devono essere prese in carico non solo da chi vi abita e da chi ne è custode per prossimità geografica ma da tutte e tutti.

L’unica vera sicurezza
La storia del nostro paese ci dimostra che non esiste territorio al riparo dai disastri ambientali: l’Appennino da questo punto di vista rappresenta un caso studio tutt’altro che irrilevante.
Per questa ragione la Carta dell’Appennino afferma la necessità imprescindibile di una ricostruzione dei territori colpiti, non solo recentemente, dai terremoti tenendo conto dello “stato di rischio” presente e non eludibile. Parallelamente, la Carta ribadisce la necessità di procedere con una messa in sicurezza di tutte le zone a rischio, al fine di evitare una perenne emergenza post-disastro.
Il Climate change ha cessato da tempo di essere una distopia e sta mostrando le sue conseguenze anche nel breve periodo. La Carta dell’Appennino afferma la necessità della messa in opera di tutte le misure di contrasto atte a limitare gli effetti presenti e futuri dei cambiamenti climatici (uscita dal fossile, sistemi di mobilità privata alternativa, incentivo del trasporto pubblico, produzione alimentare ecosostenibile).

Servizi alla persona e vulnerabilità sociale
Le aree interne subiscono da anni tagli ai servizi pubblici che contribuiscono a esacerbare la vulnerabilità sociale di cui l’Appennino soffre oramai in maniera cronica.
La Carta dell’Appennino afferma il diritto di ciascun essere umano ad avere a disposizione i servizi necessari alla sua vita, siano essi di natura sanitaria, sociale, culturale o educativa. I servizi devono essere erogati tenendo presenti i bisogni che esprimono le persone e non possono essere plasmati (leggasi ridimensionati, razionalizzati, chiusi) sulla base di calcoli legati ad analisi costi/benefici avulse da qualsiasi rapporto con le necessità delle popolazioni locali.

Diritto a restare, diritto a partire
Da tempo l’emigrazione ha svuotato queste terre delle sue energie più attive. I giovani, soprattutto, scappano da questi luoghi percepiti come privi di opportunità soddisfacenti dal punto di vista economico e culturale.
La Carta dell’Appennino afferma il diritto a restare e il diritto a partire, ovvero il principio secondo il quale chi abita questi territori possa avere il diritto di scegliere se rimanere o andarsene. Restare o partire non possono essere scelte obbligate da carenze legate alla mancanza di investimenti pubblici e istituzionali, così come venire ad abitare in questi territori deve essere una scelta in cui non pesino mancanze dello stesso genere. Questo implica la necessità di investimenti pubblici adeguati e condivisi con le popolazioni locali, oltre che un coinvolgimento dei giovani che passi attraverso la creazione di opportunità per vivere e trasformare il territorio.

Racconto e narrazioni consolatorie
L’Appennino è terra altra non solo in termini di alterità con il suo opposto, ma anche in termini di eterogeneità interna. Le situazioni territoriali sono plurime e spesso ciò non favorisce la messa in rete di esperienze e la condivisione di obiettivi. Analogamente, assistiamo alla mancanza di una narrazione complessiva e unificante, capace di unire le diverse visioni di cambiamento che emergono dai contesti locali.
La Carta dell’Appennino intende produrre un nuovo discorso sulle aree interne, sostenendo il bisogno di un piano di cambiamento della condizione di marginalità geografica, politica e sociale di questi luoghi. Per farlo è necessario mettere assieme le persone che vivono o che vogliono vivere in questo pezzo di territorio, condividendo lo scopo di rovesciare l’egemonia culturale della svendita della montagna al mercato e l’idea che le aree rurali e i piccoli centri siano destinati a un ineluttabile destino di subalternità alla grande città.

Stop alle Grandi opere
L’Appennino non può continuare a essere percepito come una barriera da superare con grandi infrastrutture quando poi mancano manutenzione ordinaria e piccoli interventi nella fitta rete viaria esistente. Questi collegamenti “secondari” sono di fondamentale importanza per le piccole comunità e i loro flussi. Inoltre, tra le grandi opere in programma c’è la questione del gasdotto SNAM e di tutte le opere ad esso legate, che produrrà pesanti alterazioni ambientali senza generare effettivi benefici per i territori in cui transita.
La Carta dell’Appennino sostiene che le grandi opere vadano fermate e gli ingenti capitali pubblici necessari alla loro realizzazione destinati a interventi migliorativi delle infrastrutture di comunicazione attualmente presenti (viarie, ferroviarie, informatiche), interventi che devono essere effettuati tenendo conto del territorio e delle sue caratteristiche (presenza di fauna selvatica, diffusione capillare dei borghi, dissesto, etc.). La Carta intende anche affermare che l’unica grande opera di cui ha oggi necessità il Centro Italia sia la ricostruzione dei territori colpiti dal sisma.

L’Appennino non è una casa vacanze
Gli investimenti che vediamo fare in quota sembrano delle piccole Disneyland, dei parchi gioco a uso e consumo di chi vive a valle. Interventi che riguardano anche l’innevamento artificiale e gli impianti di risalita, un insieme di operazioni presentate come unica via possibile per lo sviluppo dell’Appennino, veri e propri ricatti destinati alla popolazione locale.
La Carta dell’Appennino afferma che occorre modulare un concetto diverso di turismo, basato innanzitutto sul fatto che non può essere l’unica visione di sviluppo legata alla montagna.
La Carta dell’Appennino afferma la necessità di individuare percorsi di sviluppo condivisi con le popolazioni locali, che non si configurino come una sorta di scelta obbligata, ma risultino capaci di coinvolgere e valorizzare le specificità dei territori. Si ritiene necessario diversificare le economie locali e favorire la stanzialità delle popolazioni per fare in modo che l’Appennino sia vissuto con costanza e non semplicemente visitato in alcuni periodi dell’anno.

Riappropriazione dei beni comuni
Questo campo di argomentazione ci porta a riflettere sulla necessità di mettere al riparo “risorse” come quella dell’acqua da meccanismi predatori e al tempo stesso di immaginare modelli alternativi a partire dall’utilizzo dei beni comuni materiali e immateriali. In questo appare sensato stimolare un confronto aperto sulle potenzialità di strumenti quali le comunanze agrarie e le cooperative di comunità.
La Carta dell’Appennino sostiene il bisogno di fare sintesi delle tante esperienze di agricoltura, turismo sostenibile e salvaguardia ambientale esistenti sui territori, al fine di produrre un’alternativa capace di diventare punto di riferimento per pezzi di mondo che potrebbero risultare affini.

Partecipazione
L’Appennino viene troppo spesso visto come territorio su cui far cadere scelte prese altrove o più in generale senza un reale processo di coinvolgimento e condivisione con chi lo vive, lo attraversa, lo tutela.
La Carta dell’Appennino afferma la necessità di garantire momenti di partecipazione non come meri strumenti di accettazione di politiche impositive ma come modus operandi per rendere i processi decisionali realmente condivisi.

Memoria collettiva e progettualità
Per l’elaborazione di progetti innovativi e alternativi a modelli economici e sociali dominanti, i quali hanno dimostrato soprattutto in riferimento alle aree interne montane tutti i loro limiti (disuguaglianze e fenomeni di marginalizzazione), è essenziale procedere ad un recupero della conoscenza storica delle comunità e dei territori appenninici. Un'Appennino depositario di una propria civiltà con caratteri originali che si sono definiti nel corso dei secoli.
La Carta dell’Appennino afferma la necessità che le popolazioni locali abbiano consapevolezza della loro storia e delle loro radici e che in tal senso si contribuisca all’elaborazione di una memoria collettiva attraverso una lettura che tenga conto delle implicazioni sociali, economiche, antropologiche, culturali (compresa la cultura materiale).

Dentro e fuori il cratere. Un'indagine sui territori del sisma




Da qualche tempo abbiamo avviato un percorso di ricerca per gettare luce sui bisogni, i mutamenti e le prospettive delle popolazioni del cratere marchigiano

Se volete darci una mano compilate il questionario e aiutateci a condividerlo

La ricerca è sviluppata assieme a T3 Transdisciplinary research group on Territories in Transition e si tratta di un progetto indipendente e completamente autofinanziato

Terremoto: toccare i fondi e toccare il fondo


Va avanti da settimane la polemica sui fondi europei destinati all’area del cratere 2016/2017 ed utilizzati dalla Regione Marche in località in cui i cittadini ascoltando la parola “cratere” pensano (comprensibilmente) ancora ad un vulcano e non a case distrutte, macerie e pavimenti ammuffiti. Non entreremo nel dettaglio delle delibere regionali e del “dove e quanto” è stato dirottato altrove, su questo vi invitiamo a leggere quanto già scritto da Emidio di Treviri. Quella che vogliamo provare ad esprimere con queste poche righe è la rabbia che proviamo rispetto alla situazione che ci troviamo di fronte, e la differenza poco simbolica e molto reale che c’è tra il toccare i fondi e toccare il fondo.

Terre Alt(r)e Festival - Fabriano 15/31 marzo 2019





Lontano dai grandi centri e dalle grandi città, nell’arcipelago dell’Appennino, si trovano territori molto diversi tra loro ma spesso accomunati da problemi analoghi. Come punti sbiaditi su una mappa turistica sono luoghi che non contano, lontani dagli “epicentri” decisionali, dove si convive con declino, marginalità e assenza di prospettive future. Aree che, mentre si perdevano servizi e abitanti, venivano ignorate da politiche serie di tutela e sostegno sostituite da interventi molto appariscenti – grandi eventi o infrastrutture – ma incapaci di portare benefici di lungo periodo. I pochi progetti che interessano questi territori muovono da rappresentazioni talvolta distorte e non condivise con le comunità locali. 


Da un po’ di tempo, infatti, si stanno moltiplicando le voci di chi intende “salvare l’Appennino” calando soluzioni dall’alto senza porgere l’orecchio ai bisogni e al volere dei territori, tanto da far pensare che a qualcuno possa far comodo un territorio svuotato dai suoi abitanti e pronto ad “accogliere” progetti speculativi e autoreferenziali. La situazione di stallo e le colpe enormi - passate e presenti - nella gestione di questo post terremoto appaiono quantomeno affini e coerenti con questa visione.

Per questo ci pare necessario dare voce alle istanze che muovono dai territori e stimolare una seria riflessione attorno al tema dello sviluppo locale nelle Terre Alte, consci del fatto che per parlare del futuro occorre garantire innanzitutto un presente a questi luoghi. Perché queste aree colpite dal terremoto, ma in generale tutte le aree interne, hanno un’enorme ricchezza culturale e naturalistica inespressa, ricchezza che va tutelata e non vampirizzata o messa a valore con meri fini economici. Parleremo delle Terre Alte non come luoghi distanti e lontani ma come parte più fragile di un modello sociale, politico ed economico che mostra tutta la sua voracità in particolar modo in concomitanza con le situazioni emergenziali.

Vi aspettiamo quindi dal 15 al 31 marzo 2019 a Fabriano, nelle Marche colpite dal sisma, per raccontare e discutere delle Terre dell’Appennino, delle Altre Terre in cui si riscontrano le stesse contraddizioni e delle Terre Altre che possiamo e dobbiamo immaginarci.

Il programma

- Inaugurazione Mostra Terre Alt(r)e
Venerdì 15 marzo, ore 18.30, Palazzo del Podestà, Fabriano.
Una mostra per raccontare attraverso fotografie, video, mappe e parole la condizione dell’Appennino e gli impatti fisici e sociali degli eventi sismici. All’interno sarà possibile visionare gli scatti del progetto MAI+ realizzati dal fotografo Claudio Colotti sugli effetti distruttivi del sisma del 2016 e 2017; Habitat del regista Emiliano Dante sul post-sisma aquilano e la trasformazione della città in non-luogo; i lavori del gruppo T3 per il progetto Terre di ricerca sullo spopolamento e i divari socio-economici dell’Appennino marchigiano.
La mostra resterà aperta ogni giorno dal 15 al 31 marzo in orario 17-20

- Assemblea pubblica. Gestione del territorio: il clima è cambiato?
Sabato 16 marzo, ore 16.30, Biblioteca Multimediale R. Sassi, Fabriano.
Un incontro per riflettere sui temi della gestione del territorio ai tempi del cambiamento climatico immaginando nuovi percorsi di sviluppo rispettosi dell’ambiente.

- Proiezione Vista Mare Obbligatoria
Domenica 17 marzo, ore 19, Circolo Arci Il Corto Maltese, Fabriano.
Proiezione del documentario Vista Mare Obbligatoria sull’esilio forzato degli sfollati del terremoto sulla costa Adriatica. Un lavoro realizzato per Lo Stato delle Cose. Geografie e Storie del Doposisma. Visione e discussione con gli autori: lo scrittore e giornalista de Il Manifesto Mario Di Vito, il regista Marco Di Battista e il curatore delle riprese Michele Massetani.

- Worst of the App. Il Meglio del peggio che sta avvenendo sull’Appennino marchigiano
Venerdì 22 marzo, ore 18.30, Sala Ubaldi, Fabriano.
Un incontro per parlare dei progetti economici che imperversano sull’Appennino e delle loro criticità sociali e ambientali. Leonardo Animali dialoga con l’antropologo e ricercatore del gruppo Emidio di Treviri Michele Serafini e con il presidente di Italia Nostra Marche Maurizio Sebastiani.

- Presentazione del libro “Disabitare. Antropologie dello spazio domestico” di Matteo Meschiari
Sabato 23 marzo, ore 16.30, Piazza Matteotti Amandola (FM).
All’interno del convegno AAT – Amandola, Ascoli, Tokyo. Italy meets Japan – Architettura temporanea/contemporanea: strategie adattive e spontanee verso un futuro imprevedibileorganizzato dalla Scuola di Architettura e Design “Eduardo Vittoria” dell’Università di Camerino, il professore e antropologo dell’Università di Palermo Matteo Meschiari presenta il suo libro Disabitare. Antropologie dello Spazio domestico edito per Meltemi.
Evento realizzato in collaborazione con Kindustria Matelica e Università di Camerino

- CeNarrazione
Domenica 24 marzo, dalle ore 9 alle 15, Tenuta San Cassiano, Fabriano.
Alla scoperta del territorio e dei racconti sul sisma dei giovani del luogo attraverso passeggiate, teatro e degustazioni. Alle ore 12 i racconti tellurici dei giovani fabrianesi, esito quasi teatrale del laboratorio Segni vivi e Drammaturgia a cura di Laura Trappetti.
Per informazioni sull’evento 3319139393

- Storie e orizzonti d’Appennino. Riflessioni attorno ai modelli di sviluppo delle Terre Alte
Venerdì 29 marzo, ore 18.30, Sala Ubaldi, Fabriano
Un evento per raccontare il mutamento di una terra a cui tutti apparteniamo e discutere dei suoi modelli di sviluppo. Terre in Moto Marche dialoga con la sociologa e professoressa dell’Università di Urbino Elisa Lello, lo scrittore e fondatore di Federtrek Paolo Piacentiniil responsabile Cultura e Turismo dell’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese Marco Tamarri.

- Dalla bellezza ai luoghi del disastro. Passeggiata dal centro storico alle strade incompiute
Sabato 30 marzo, ore 9, Partenza da Piazza del Comune, Fabriano.
Un percorso a piedi tra la bellezza paesaggistica della collina fabrianese e la devastazione ambientale della pedemontana Fabriano-Matelica. Un cammino lento e adatto a tutti con discussioni e interventi a cura di Paolo Piacentini e della rete Terre in Moto Marche.
Partenza ore 9 da Piazza del Comune, ritorno primo pomeriggio.
Per informazioni 3400607621

- Assemblea verso una Carta dell’Appennino
Sabato 30 marzo, ore 15, Laboratorio Sociale Fabbri.
Un momento di confronto sui temi toccati nel corso del festival per affrontare il nodo dello sviluppo locale assieme alle popolazioni colpite dal sisma. Un luogo di dibattito e discussione partecipata sulle prospettive dell’Appennino marchigiano dal quale cominciare a elaborare un documento condiviso che risponda ai bisogni dei territori interni.

- Presentazione della guida “Il Cammino delle Terre Mutate” da Fabriano a L’Aquila
Sabato 30 marzo, ore 18.30, Laboratorio Sociale Fabbri, Fabriano.
Presentazione di quello che può essere definito il primo itinerario escursionistico solidale d’Italia. Un viaggio di 14 giorni da Fabriano a L’Aquila, lungo il sistema di faglie che dal 1997 ha sconvolto l’Appennino e attraverso le trasformazioni sociali dei territori. Intervengono il curatore dell’edizione per Terre di Mezzo Enrico Sgarella e il presidente Federtrek Paolo Piacentini e altri ospiti dai territori colpiti dal sisma.

- Presentazione del libro “Dopo. Viaggio al termine del cratere” di Mario Di vito
Domenica 31 marzo, ore 19, Circolo Arci Il Corto Maltese, Fabriano.
Un racconto, reportage e inchiesta che si snoda tra le persone e i luoghi devastati dai terremoti del 2016 e 2017. Gli occhi non sono puntati tanto sulla tragedia in sé, quanto su tutto quello che è successo – anzi, non è successo – dopo, quando i riflettori si sono spenti e la commozione se n’è andata, lasciando spazio solo al silenzio e all’indifferenza. Dopo. Viaggio al termine del cratere è la prima produzione editoriale di Lo Stato delle Cose. Geografie e Storie del Doposisma. Presentazione e discussione con l’autore e giornalista de Il Manifesto Mario Di Vito, l’ideatore e curatore di Lo Stato delle Cose Antonio Di Giacomo e la giornalista Federica Tourn.


La partecipazione agli eventi del festival è gratuita


Gli organizzatori
Terre in Moto Marche è una rete di realtà sociali, associazioni e semplici cittadini che intervengono sui temi del terremoto e sullo sviluppo dell’entroterra marchigiano a livello informativo, comunicativo e sociale. Nata in seguito agli eventi sismici del 2016 e 2017, svolge da oltre due anni attività di informazione e inchiesta sul processo di ricostruzione. Più recentemente ha cominciato ad affrontare il tema dello sviluppo locale e delle trasformazioni che interessano l’Appennino.

Hanno contribuito alla realizzazione del festival
Arci Il Corto Maltese
Associazione Marche Best Way
Bagatto Percorsi Creativi a.p.s.
Comune di Fabriano
Kindustria Matelica
Lo Stato Delle Cose
Laboratorio Sociale Fabbri
Scuola di Architettura e Design “Eduardo Vittoria” dell’Università di Camerino

Progetto Grafico a cura di Eva Rebecca Cucchi dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino



Chi tutela i terremotati?


La gestione del post-terremoto si carica ogni giorno di più di problematiche assurde e grottesche, sia per la loro gravità sia perché sembra che ogni volta non sia individuabile un responsabile. Chi vive sulla propria pelle questa situazione ha un nome e un cognome e li incontriamo ogni giorno nei villaggi delle SAE, chi avrebbe dovuto gestirla (tutelarli) al meglio non risponde quasi mai da un punto di vista tecnico/politico/amministrativo di quanto accaduto (sta accadendo).


Uno degli aspetti di più stretta attualità è quello che riguarda le SAE. Sono proprio di questi giorni le notizie che riguardano gli appalti e i lavoratori non in regola, da mesi invece va avanti la “questione muffa”. Centinaia di persone costrette a vivere in casette che presentano evidenti problemi strutturali con muffe e funghi che spuntano un po’ ovunque e dopo lavori di ripristino puntualmente si sono ripresentate. Non ci dilungheremo sul pregresso che è stato più volte denunciato e rispetto al quale non è mai arrivato un vero e definitivo chiarimento, oggi vogliamo sottolineare l’ennesimo elemento che ci sembra gravissimo e assurdo.

Rispetto a quanto accaduto ci saremmo aspettati che chi di dovere avesse verificato in maniera celere e puntuale la salubrità delle SAE per garantire la sicurezza degli abitanti, già provati dai mesi negli alberghi e i danni provati dal sisma. Le muffe che si sono presentate nei pavimenti e nei tetti delle SAE sono dannose per la salute di chi ci convive forzatamente? Questa è la prima domanda a cui si sarebbe dovuto rispondere. E invece? Invece ancora una volta sono stati i terremotati ad attivarsi per verificare le condizioni di salubrità delle loro SAE e a contattare a proprie spese un laboratorio privato: i risultati arrivati in questi giorni affermano che la muffa presente potrebbe essere dannosa per la salute. Ancora una volta succede che solo dopo che questi dati sono stati inviati alla Protezione Civile Nazionale sono state disposte analisi per approfondire la condizione delle SAE dove si sono verificati i problemi.

E’ possibile che nessuno, in questi lunghi mesi, e dopo innumerevoli sollecitazioni da parte della popolazione, abbia mai pensato e provveduto a far analizzare le muffe per sapere in che condizioni vivono i terremotati? A partire dal Sindaco (responsabile della salute pubblica nel Comune), il CNS che ha realizzato le SAE che ancora sono in garanzia, la Protezione Civile che ha provveduto a fare l’appalto, la Regione, il Commissario Straordinario, il Governo. Nessuno si è premurato di accertarsi la pericolosità delle muffe per la salute della popolazione terremotata che vive nelle SAE?

Non accettiamo che ancora una volta a pagare siano solo le vittime, le responsabilità vanno individuate e rese pubbliche perché crediamo che la nostra vita debba essere degna e quello che è successo a noi può capitare a tutte le fasce deboli e ricattabili della popolazione, siano essi terremotati o meno.

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